Una domanda da un vagone fumatori
William Emerson racconta di aver viaggiato in treno accanto a una donna incinta, seduta in una carrozza fumatori piena di gente rumorosa. Le chiese se pensava che il fumo e il chiasso potessero disturbare il bambino. Lei rispose di no: a quello stadio, disse, i bambini non sono ancora abbastanza svegli per accorgersi di qualcosa.
Quella risposta non nasceva da trascuratezza. Esprimeva un'idea diffusa ancora oggi, anche tra chi lavora con la gravidanza e la nascita: che la vita prima di nascere sia un periodo di pura crescita biologica, senza esperienza. Emerson ne fece il punto di partenza di un articolo pubblicato nel 1996, The Vulnerable Prenate, in cui sosteneva l'opposto: il bambino prima della nascita percepisce, registra, e ciò che vive può accompagnarlo per tutta la vita.
Sono passati trent'anni, e la domanda utile oggi non è se Emerson avesse ragione. È un'altra: che cosa possiamo conservare della sua intuizione, senza conservare anche ciò che la ricerca non sostiene?
La risposta di questo articolo è la seguente. Oggi sappiamo che, per riconoscere che la vita prenatale conta, non abbiamo bisogno di immaginare ricordi autobiografici conservati fin dall'utero, né di pensare che ciò che accade prima della nascita determini ciò che saremo. Abbiamo qualcosa di meno spettacolare e forse più interessante: percezione, apprendimento, risposte all'ambiente e alla presenza dell'altro, differenze individuali e alcune continuità che attraversano la nascita. Proprio per questo occorre cautela nel passaggio successivo: da ciò che possiamo osservare al significato che gli attribuiamo.
Le pagine che seguono provano a fare questo lavoro con Emerson: rileggerlo con gratitudine e con rigore insieme, distinguendo ciò che ancora regge da ciò che oggi richiede di essere rivisto.
Prima delle teorie, un'osservazione
Fra gli esempi di Emerson, uno ha una natura diversa. Non viene da una regressione, ma da uno sguardo diretto. Alessandra Piontelli, medico, neuropsichiatra infantile e psicoanalista italiana, osservò con l'ecografia undici feti, fra cui quattro coppie di gemelli, e poi seguì gli stessi bambini a casa fino ai quattro anni (Piontelli, 1992).
In una di queste coppie, così come la racconta Emerson, i due gemelli intorno al quarto mese sembrano già avere un modo riconoscibile di stare l'uno accanto all'altro: uno è più attivo e invadente, l'altro si ritrae. Quando il primo lo spinge, il secondo si allontana e appoggia la testa sulla placenta. A quattro anni la scena si ripete in un'altra forma: quando c'è tensione, il gemello più quieto si ritira in camera e appoggia la testa su un cuscino, che porta sempre con sé.
Che cosa mostra questa scena, e che cosa no? Mostra che prima della nascita esistono già modi di muoversi, di reagire e di cercare sollievo, e che alcuni si ritrovano dopo. Non dimostra che il cuscino "ricordi" la placenta, né che il comportamento prenatale abbia causato quello successivo: entrambi potrebbero esprimere lo stesso temperamento, o una relazione che semplicemente continua. Ma basta a incrinare la certezza della donna sul treno. Qualcuno, lì dentro, c'è già.
Dieci anni dopo Piontelli ha seguito trenta coppie di gemelli dall'utero fino ai tre anni, trovando che tratti personali distinti si riconoscono presto e continuano dopo la nascita (Piontelli, 2002). È questa seconda ricerca, più del singolo caso, a dare maggiore consistenza all'osservazione.
Che cosa ha osservato la ricerca
Negli anni successivi, strumenti che Emerson non aveva hanno permesso di guardare la vita prenatale da vicino. Tre osservazioni, messe in fila, disegnano una progressione: il feto si abitua, riconosce, e mostra già un modo di essere che continua dopo la nascita.
Abituarsi, anzitutto. Se si fa sentire a un feto uno stimolo vibroacustico ripetuto, all'inizio sobbalza; dopo una quindicina di ripetizioni smette di reagire, come noi smettiamo di sentire il rumore del frigorifero. Smettere di reagire significa aver registrato qualcosa. In uno studio olandese, a trenta settimane quella traccia dura almeno dieci minuti; a trentaquattro, lo stimolo viene riconosciuto ancora quattro settimane dopo (Dirix e colleghi, 2009).
Poi riconoscere. A Helsinki, nelle ultime settimane di gravidanza, alcune madri hanno fatto ascoltare ai feti una sequenza sonora inventata e priva di significato: "tatata". Pochi giorni dopo la nascita, il cervello di quei neonati reagiva a quei suoni in modo diverso da quello di neonati che non li avevano mai sentiti, e tanto più quanto più a lungo li avevano ascoltati (Partanen e colleghi, 2013). Il gruppo era piccolo, trentatré bambini, ma il risultato mostra che qualcosa di udito prima di nascere è ancora riconoscibile dopo.
Infine, una continuità. Alla Johns Hopkins, Janet DiPietro ha registrato più volte il battito e i movimenti di piccoli gruppi di feti. Già prima della nascita ciascuno mostrava un proprio stile, abbastanza stabile, e i feti più attivi tendevano a diventare lattanti più attivi e meno prevedibili (DiPietro e colleghi, 1996). Studi successivi hanno ridimensionato questo legame senza cancellarlo: la continuità c'è, ed è parziale (DiPietro e colleghi, 2002). È, misurato, lo stesso fenomeno che Piontelli aveva visto nei suoi gemelli.
Il quadro che ne esce è più preciso di quello di Emerson, e per certi versi più interessante. Il feto percepisce, soprattutto i suoni, e sempre di più con il procedere della gravidanza: le prime reazioni compaiono intorno alla diciannovesima settimana, e l'udito, funzionale verso la venticinquesima, continua a maturare fino alla nascita (Hepper e Shahidullah, 1994; Birnholz e Benacerraf, 1983). Il feto apprende, e qualcosa di ciò che ha appreso attraversa la nascita: suoni, ritmi, la voce della madre. Ma è una memoria implicita, fatta di familiarità e di riconoscimento. Nessuno studio mostra che si conservino ricordi di episodi, recuperabili da adulti.
Qui si vede già il punto su cui poggia tutto il resto. I dati dicono che cosa il feto fa; non dicono che cosa questo significhi per lui, né per l'adulto che diventerà. Tra le due cose resta uno spazio che la ricerca non colma, ed è facile riempirlo in fretta: il riduzionismo lo dichiara vuoto, la certezza regressiva lo popola di ricordi. Il resto di queste pagine prova a muoversi dentro quello spazio senza cedere a nessuna delle due tentazioni.
Perché un'esperienza precoce non basta da sola
Se il bambino vive esperienze prima di nascere, la domanda successiva è inevitabile: quelle esperienze decidono chi diventerà? La risposta di Emerson è più sfumata di quanto spesso gli si attribuisca, ed è forse la parte più attuale del suo articolo. Ma qui cambiamo terreno: non siamo più nell'osservazione, siamo nell'ipotesi clinica.
Emerson parla di traumi interattivi: un'esperienza precoce difficile, da sola, raramente produce un sintomo duraturo; diventa influente quando esperienze successive simili la rinforzano. È improbabile, scrive, che un bambino rimasto a lungo bloccato nel canale del parto diventi per questo un adulto claustrofobico. Può accadere se l'infanzia aggiunge altre esperienze di costrizione, come nel caso che descrive: un bambino chiuso in bagno per un giorno intero, e aggredito più volte da un fratello. L'esperienza prenatale, in questa lettura, non è una condanna, ma un terreno su cui ciò che viene dopo può attecchire, oppure no.
Il secondo concetto è la ricapitolazione: le prime esperienze offrirebbero una lente attraverso cui leggiamo le transizioni successive, la nascita stessa ma anche l'inizio della scuola, l'adolescenza, un lavoro nuovo, un amore. Chi ha attraversato l'inizio della vita sentendosi intrappolato potrebbe riconoscere più in fretta, o cercare senza saperlo, situazioni con la stessa forma. Non un destino: una tendenza a leggere il nuovo con occhi antichi.
Sono idee nate dal lavoro clinico, in gran parte da regressioni di adulti e da trattamenti di bambini. Ricche e coerenti, non sono però risultati sperimentali. Valgono come la mappa di un osservatore esperto: utile per orientarsi, da verificare sul terreno.
Dentro l'esperienza della madre, ma non solo
Una parte importante dell'articolo riguarda il rapporto tra ciò che vive la madre e ciò che vive il bambino. Emerson sostiene che le emozioni materne, e attraverso di lei anche quelle paterne, raggiungono il bambino. Racconta di una donna che trascorse la gravidanza nel lutto per il padre, morto poco prima del concepimento, e di un figlio che nell'infanzia attraversò periodi di tristezza senza una causa apparente.
Su questo punto la ricerca successiva ha mostrato qualcosa di compatibile con l'intuizione di Emerson, precisandone però i meccanismi. Lo stress materno in gravidanza aumenta il rischio di difficoltà emotive e comportamentali nei figli, ma non attraverso un passaggio di emozioni lungo il cordone: attraverso segnali fisiologici, il sistema dello stress, quello immunitario, perfino il microbioma intestinale (Van den Bergh e colleghi, 2020).
E conta la misura. In una grande coorte inglese di quasi ottomila bambini, i figli delle madri più ansiose in gravidanza avevano un rischio circa doppio di un probabile disturbo psichico, il 12% contro il 7%, anche tenendo conto di come le madri stavano dopo il parto e di come crescevano i figli; e l'effetto durava fino all'adolescenza (O'Donnell e colleghi, 2014). Doppio, però, di un rischio che resta minoritario: la grande maggioranza dei bambini non ne risente (Glover, 2014). Per chi lavora con le donne incinte, il messaggio giusto non è "lo stress danneggia il bambino", che produce solo colpa e altra ansia. È che il benessere emotivo della madre è prevenzione, e merita di essere sostenuto.
Emerson aggiunge poi una precisazione che spesso si perde: il bambino partecipa all'esperienza dei genitori, e insieme ne fa una propria. Racconta di un uomo, gemello, che in regressione ricordava i litigi violenti tra la madre e il compagno durante la gravidanza: lui e il fratello si raccoglievano e si cullavano finché il conflitto non finiva, e così riuscivano a restare calmi. Stesso ambiente, risposta propria.
Da un'altra tradizione, la stessa distinzione è al centro del lavoro di Jenő Raffai, psicoanalista ungherese che con György Hidas sviluppò l'analisi del legame madre-bambino in gravidanza. Nel caso che pubblicò nel 1998, una futura madre attraversa in alcune sedute la propria nascita, mentre il bambino resta immobile; dopo, lo sente "più leggero" e distingue meglio le sensazioni di lui dalle proprie. Nella lettura clinica di Raffai, le esperienze precoci della madre, finché restano senza parole, rischiano di essere vissute dal bambino come se fossero sue; quando trovano parole, entrambi possono differenziarsi. Verso la fine, la donna dice di essersi sentita fino ad allora un tutt'uno con il figlio, e di percepirlo ora come un essere già indipendente.
Al di là dell'interpretazione di Raffai, resta un'indicazione clinica utile: aiutare una donna a riconoscere ciò che appartiene alla propria storia può favorire una maggiore differenziazione tra la sua esperienza e quella che attribuisce al bambino.
Già in risposta all'altro
Negli ultimi quindici anni la ricerca ha cominciato a chiedersi non solo che cosa il feto percepisce e ricorda, ma come risponde a ciò che lo circonda: un altro corpo, la voce e il tocco della madre, il suo ritmo.
A Padova alcuni ricercatori hanno filmato con l'ecografia quadridimensionale cinque coppie di gemelli. Già alla quattordicesima settimana i feti compiono movimenti diretti proprio verso l'altro, più frequenti alla diciottesima. E sono movimenti diversi: più lenti e più cauti di quelli verso la parete dell'utero, simili a quelli con cui il feto si avvicina ai propri occhi, la zona più delicata del corpo (Castiello e colleghi, 2010).
A Dundee, in Scozia, ventitré feti sono stati osservati mentre la madre parlava, oppure si appoggiava le mani sulla pancia. Al tocco muovevano di più braccia, testa e bocca; alla voce, al contrario, si facevano più quieti. E nel terzo trimestre comparivano più spesso gesti che somigliano all'autoregolazione: sbadigli, braccia incrociate, mani appoggiate sul corpo (Marx e Nagy, 2015).
C'è perfino il ritmo. Registrando insieme il battito della madre e quello del feto, un gruppo tedesco ha osservato brevi momenti in cui i due cuori si sincronizzano, più frequenti quando la madre respirava seguendo ritmi guidati più rapidi; gli stessi autori avvertono che una parte di queste coincidenze può essere casuale (Van Leeuwen e colleghi, 2009).
Sono studi piccoli ed esplorativi, ma permettono di vedere da vicino il passaggio di cui parlavamo. Che cosa osservano, esattamente? Movimenti diretti verso il gemello, risposte diverse alla voce e al tocco, brevi coordinazioni tra due battiti. Chiamare tutto questo "relazione" è già un passo in più: un'interpretazione plausibile, che dà ai dati un significato che i dati da soli non contengono. Non è un passo illegittimo, purché lo si faccia sapendo di farlo.
Ciò che pesa di più: non essere riconosciuti
L'idea di Emerson che oggi mi sembra più feconda riguarda ciò che accade dopo un'esperienza difficile. Dopo uno shock, scrive, c'è un periodo critico in cui servono comprensione, accettazione e compassione per ritrovare un'organizzazione. Ai neonati questo accade di rado, per una ragione semplice: nessuno pensa che abbiano vissuto qualcosa. E un'esperienza difficile che nessuno vede, secondo Emerson, lascia diffidenza e rende più fragile il legame.
Da qui le sue indicazioni per chi assiste alla nascita, sorprendentemente semplici: prima di una procedura, dirlo al bambino; fargli sapere che potrà sentire disagio; accogliere il suo pianto come l'espressione legittima di un passaggio difficile. E, insieme, riconoscere la meraviglia e la gioia della nascita: poche nascite sono interamente difficili, poche del tutto prive di fatica, e va accolta tutta la gamma.
Anche qui la ricerca attuale offre qualcosa, su un piano diverso. Uno studio dell'Università di Perugia ha seguito 110 donne dal terzo trimestre di gravidanza fino a tre mesi dopo il parto. A predire il legame con il bambino dopo la nascita non era quanto le madri pensassero a lui in gravidanza, ma la qualità di quel pensiero: vicinanza e tenerezza, anziché distanza o irritazione. E circa il 39% di questo legame passava attraverso la funzione riflessiva, cioè la capacità della madre di rappresentarsi il bambino come dotato di stati mentali propri, distinti dai suoi (Pazzagli e colleghi, 2022).
Lo studio ha limiti precisi: un campione a basso rischio, questionari compilati dalle madri, una funzione riflessiva misurata solo dopo il parto, e un legame statistico che non dimostra una causa. Soprattutto, non misura il riconoscimento di cui parla Emerson. Non ne è quindi una prova, ma una convergenza su un piano diverso: anche qui, per il legame, conta la qualità della vicinanza più della quantità di attenzione.
Ciò che oggi possiamo lasciare andare
Rileggere un pioniere con rispetto significa anche dire dove il suo testo mostra l'epoca in cui è nato. Per chi lavora con le famiglie questo non è un dettaglio accademico: un'affermazione sbagliata detta con autorevolezza a una donna incinta può generare colpa o paura.
La prima riguarda il modo in cui le esperienze verrebbero conservate. Emerson riprende l'idea di una "memoria cellulare", fino all'ipotesi di Frank Lake secondo cui i virus sarebbero cellule prenatali primitive portatrici di memorie traumatiche. Non ha basi scientifiche, e non ne abbiamo bisogno: il feto apprende attraverso il sistema nervoso, e l'ambiente materno lascia segni sullo sviluppo attraverso vie biologiche note. Per spiegare perché la vita prenatale conta non servono cellule che ricordano.
La seconda riguarda i numeri. L'articolo attribuisce un ruolo centrale al "gemello perduto", sulla base di stime secondo cui tra il 30 e l'80% dei concepimenti sarebbe gemellare. La perdita precoce di un gemello è reale e documentata, ma le gravidanze che iniziano come multiple sono una piccola minoranza: in uno studio ecografico su mille gravidanze erano tra il 3 e il 5%, e in circa un caso su cinque uno dei due scompariva (Landy e colleghi, 1986). Un fenomeno vero, dunque, ma non una chiave di lettura generale.
La terza riguarda il metodo. Molti casi dell'articolo sono ricostruiti in regressione, a volte decenni dopo, e riguardano proprio quei ricordi di episodi che la ricerca non ha mai potuto documentare. Hanno valore per chi li ha vissuti, ma non permettono di stabilire che cosa sia accaduto, né di legare con certezza un comportamento adulto a un evento prenatale. Lo stesso vale per l'idea che i bambini trattati presto diventino più intelligenti o più evoluti spiritualmente: osservazioni dell'autore, senza confronti.
Nessuna di queste riserve toglie valore alle intuizioni principali. Le rende, anzi, più utilizzabili: separate da ciò che non regge, possono entrare nel lavoro quotidiano senza chiedere a nessuno un atto di fede.
Che cosa cambia, in pratica
Se proviamo a tenere solo ciò che resiste alla rilettura, restano alcune indicazioni concrete, utili tanto a un'ostetrica quanto a un genitore.
Nessuno è determinato dalla propria nascita. Nella lettura di Emerson, un'esperienza precoce difficile acquista maggiore peso quando esperienze successive ne riprendono la forma. Su un piano diverso, anche i dati sullo stress materno invitano a non leggere il rischio come un destino: aumenta, ma la maggior parte dei bambini non ne risente. E vale anche il rovescio: ogni esperienza successiva di sostegno, di contatto, di rispetto dei tempi, conta. Il lavoro non finisce alla nascita: comincia lì.
Il riconoscimento è già una forma di cura. Dire a un neonato che cosa sta per accadergli, accogliere il suo pianto senza affrettarsi a zittirlo, riconoscere che per lui è stato un passaggio intenso: sono gesti che non costano nulla e che, per Emerson, contribuiscono a sostenere il legame. Lo stesso vale per la madre, a cui spesso si chiede di dimenticare in fretta come è andato il parto.
Non cercare ciò che è accaduto, ma ciò che serve adesso. Per un adulto che esplora i propri inizi, l'obiettivo non è ricostruire una verità storica che nessuno può verificare. È riconoscere come certe forme antiche si ripresentano nel presente, e scoprire quali possibilità nuove è possibile vivere oggi, nel corpo e nella relazione.
C'è però un confine che la ricerca non può attraversare. Può dirci che il bambino, prima di nascere, percepisce, apprende e risponde all'ambiente umano che lo circonda. Non può dirci che cosa quelle esperienze abbiano significato per lui, né che cosa significhino oggi per l'adulto che è diventato. Questo spazio non va riempito con certezze inventate, ma nemmeno lasciato vuoto. È lo spazio dell'esperienza presente: il modo in cui ciascuno di noi attraversa ancora oggi gli inizi, le soglie, i passaggi, e ciò che accade quando quei passaggi vengono accompagnati e riconosciuti.
La donna sul treno pensava che il suo bambino non fosse ancora abbastanza sveglio per accorgersi di qualcosa. Trent'anni dopo possiamo dirle, con onestà e con dati alla mano, che lui c'era già: sentiva, imparava, riconosceva la sua voce. E possiamo aggiungere qualcosa che Emerson intuì prima di molti: ciò che gli accade conta, ma conta almeno altrettanto che qualcuno se ne accorga.